Il moodboard arriva in riunione come una tavola di trenta immagini prese da Pinterest. Un living in travertino, una sedia di Prouvé, una spiaggia in bianco e nero, un ritaglio di bouclé, la parola «calma» in un serif sottile. Tutti annuiscono, perché è bello e perché ognuno ci vede la cosa che aveva già in testa. Tre settimane dopo il fotografo consegna, e metà dei presenti dice che non era quello. Il moodboard era stato approvato da tutti proprio perché non decideva niente.
Se cerchi come si fa un moodboard trovi quasi solo le guide degli strumenti: scegli un tema, raccogli immagini, scarta quelle fuori tono, componi la tavola su Miro o su Canva. Funziona per mettere in ordine un’ispirazione. Su un progetto con un fotografo, un 3D artist e un cliente che paga, il moodboard deve fare un altro lavoro: fissare decisioni abbastanza chiare da essere eseguite da persone che in riunione non c’erano.
Moodboard: come si fa, partendo dalle domande
Prima di aprire Pinterest scrivo le domande a cui la tavola deve rispondere. Su un catalogo di arredo sono quasi sempre le stesse: che luce, da che distanza si guarda il prodotto, che stanza c’è attorno, quanto è abitata, che temperatura hanno i colori. Cinque o sei righe. Ogni immagine che entra nel moodboard deve rispondere ad almeno una di queste domande, altrimenti sta lì ad arredare la tavola.
Prendi la spiaggia al tramonto. Da sola, a un fotografo di interni non dice niente. Con sotto scritto «luce radente da sinistra, ombre lunghe, nessuna fonte artificiale in campo» diventa un’istruzione che può seguire. Mi è capitato più di una volta che una tavola bruttina, con una riga sotto ogni immagine, reggesse un anno di produzione meglio della tavola bellissima che l’aveva preceduta.
Un’immagine, un motivo
La tentazione è scegliere immagini riuscite in tutto. Sono le più pericolose, perché chi le guarda non sa quale aspetto conta. Se metti un interno di rivista perché ti piace la luce, chi lo riceve copierà anche il divano e, quasi sempre, il grandangolo. Conviene ritagliare, oppure scrivere cosa prendere e cosa ignorare: «da qui la luce, lo styling no».
Conta anche il numero. Oltre le quindici, venti immagini una tavola smette di indicare una direzione e comincia a contenerne diverse. Quando un cliente mi manda una cartella da duecento riferimenti, il primo lavoro è ridurla, e di solito la riduzione fa emergere due mondi incompatibili che nessuno aveva notato. Meglio scoprirlo lì che sul set, con la troupe pagata a giornata.
Le immagini sbagliate servono quanto quelle giuste
La sezione che aggiungo quasi sempre, e che nelle guide non compare, è quella dei no. Quattro o cinque immagini vicine al progetto ma sbagliate, ciascuna con il motivo scritto accanto: un’ambientata troppo patinata, un divano inquadrato troppo dall’alto. Definire il confine da fuori è spesso più rapido che descriverlo da dentro, e toglie a chi produce il dubbio più costoso, quello sui casi limite.
Funziona anche come test per il cliente. Se guardando i no dice «ma questa mi piace», abbiamo trovato una divergenza prima di spendere una giornata di set. Segue una conversazione scomoda, che però si fa a tavolino e non con il fotografo che aspetta.
Materiali veri, quando il progetto li ha
Nell’arredo e nell’interior design il moodboard digitale ha un limite fisico: lo schermo mente sui materiali. Un noce su un monitor e lo stesso noce in mano sono due colori. Per questo, quando il progetto ha finiture reali, affianco alla tavola una scatola di campioni: il tessuto e l’essenza del legno, a volte un ritaglio di metallo con la finitura giusta. Quando un’immagine e un campione non vanno d’accordo vince il campione, perché è quello che arriverà a casa del cliente.
In una scena 3D vale lo stesso, con una variante. Lì il campione diventa un riferimento misurato: un valore di colore, una foto del materiale scattata con una carta grigia accanto. Chi costruisce lo shader ha bisogno di quel numero. Un’altra immagine evocativa non gli aggiunge niente.
Il dubbio che tengo aperto: quanto chiuderlo
Su una cosa non ho una regola. Un moodboard molto preciso protegge la coerenza e lascia poco margine al fotografo, che a volte vede cose che io non avevo previsto. Uno aperto lascia spazio e rischia la deriva. Dipende da chi lo riceve. Con un fotografo che conosco e di cui mi fido lascio di proposito due domande senza risposta. Con un fornitore nuovo, o con tre fornitori che non si parleranno mai, lo chiudo il più possibile.
Come capire se la tavola funziona
Il test che uso è semplice. Mando la tavola a qualcuno che non ha partecipato alle riunioni e gli chiedo di descrivermi, senza riguardarla, che foto farebbe. Se la descrizione è vicina a quella che ho in testa, il moodboard lavora. Se mi parla di «atmosfera calda ed elegante», la tavola gli è piaciuta e non gli ha detto niente.
Un moodboard si giudica sul set, il giorno in cui tu non ci sei.