Il touchscreen all’ingresso dello stand è spento alle undici del mattino del secondo giorno di fiera. Nessun guasto: qualcuno l’ha messo in standby perché nessuno lo toccava, e il menu iniziale in loop faceva sembrare lo spazio la sala d’attesa di un aeroporto. Costava quanto l’intero allestimento grafico. Nel preventivo c’era scritto «installazione interattiva», e nessuno aveva deciso cosa dovesse cambiare per chi la usava.
Se cerchi «installazione interattiva» trovi quasi solo fornitori: sensori, proiezioni, pareti touch, realtà aumentata, schede sull’hardware. Va bene quando la decisione è già presa. Manca la domanda che viene prima, cioè se l’interazione serve a quel contenuto o ci sta sopra come un accessorio. Io ne ho viste montare parecchie, e funzionare molte meno.
Installazione interattiva: cosa cambia se la tocco
Un’interazione si ripaga quando il gesto fa vedere qualcosa che senza quel gesto resterebbe nascosto. In uno stand il divano sta contro la parete, e ruotarlo su uno schermo è l’unico modo di vederne il retro. Su una poltrona disponibile in trenta rivestimenti, sceglierne uno e vederlo proiettato sul pezzo vero, con la luce della sala, risponde a una domanda che il campionario di tessuti lascia aperta.
Se invece il gesto serve solo a far partire un video che poteva partire da solo, l’interazione è un ostacolo messo davanti al video. Il caso tipico è il menu con sei bottoni e dietro sei filmati aziendali: la persona deve scegliere prima di sapere cosa c’è, e di solito sceglie di andarsene.
Dove distrae: lo schermo si prende la stanza
In uno spazio fisico l’attenzione va dove c’è luce e movimento. Uno schermo acceso è quasi sempre la cosa più luminosa e più mobile della stanza. Se il prodotto è un tavolo in noce e accanto c’è una parete LED con un’animazione, la gente guarda la parete. È fisiologia, e conviene trattarla come un dato di progetto. Ogni superficie che si muove toglie sguardo agli oggetti fermi, che di solito sono quelli in vendita.
Per questo, nelle mostre e negli showroom che seguo, parto da una regola: l’installazione sta vicino a un oggetto preciso e resta spenta, o quasi, finché qualcuno non si avvicina. Un contenuto che reagisce alla presenza e poi torna a riposo lascia il posto al prodotto. Un loop continuo se lo prende, otto ore al giorno per tutta la fiera.
Il tempo di una persona in piedi
Chi usa un’installazione in fiera è in piedi, ha la borsa in mano e spesso qualcuno che lo aspetta. Ha trenta secondi, forse sessanta. Se prima deve capire un’interfaccia, ha già smesso. Uso un criterio rozzo: se serve un cartello che spieghi come si usa, l’installazione va riprogettata. Il primo gesto deve essere uno che la persona farebbe comunque, come toccare o avvicinarsi.
C’è poi chi guarda. In uno spazio pubblico un’installazione ha due pubblici: chi la usa e le quattro persone alle sue spalle. Se il risultato del gesto compare solo sullo schermo piccolo davanti a chi tocca, gli altri vedono una schiena. Se invece si vede da tutta la sala, la gente si ferma e poi si mette in coda.
Lo stesso ragionamento in un ambiente 3D o in XR
In una scena 3D o in un’esperienza XR il problema si ribalta, perché lì tutto può essere interattivo. Se ogni oggetto risponde al clic, la scena diventa un campo di pulsanti invisibili e l’utente non capisce più cosa conta. Il lavoro di direzione consiste nel togliere: scegliere due o tre punti dove l’interazione ha senso e lasciare fermo il resto, come si farebbe in una sala. Chi ha allestito spazi veri, con muri veri e un budget al metro, porta in una scena virtuale soprattutto questo, l’abitudine a dire di no.
Quando basta stupire
Qui non ho una posizione netta. A volte un’installazione vale proprio perché stupisce, anche se non spiega niente. Una parete che reagisce al passaggio fa fermare la gente e porta persone allo stand, ed è un risultato vero. Il guaio arriva quando l’effetto viene venduto come comunicazione del prodotto. Guarda le foto che i visitatori scattano: c’è la parete, e la collezione sta in un angolo, fuori fuoco. Se l’obiettivo è attirare va benissimo. Basta dirselo prima e misurarlo per quello, senza chiedergli di raccontare il catalogo.
Cosa chiedo prima di mettere un sensore
La prima domanda è quale informazione la persona non può avere guardando l’oggetto da solo. Se la risposta è «nessuna», l’installazione è decorazione, e va messa a budget come decorazione. Poi chiedo chi la tiene accesa. Un’installazione che dal terzo giorno ha bisogno del tecnico per ripartire, o di un addetto che spieghi come si usa, finisce in standby come il touchscreen delle undici.
A volte, dopo queste due domande, il progetto si restringe a un sensore e un proiettore puntati su un solo oggetto. Altre volte sparisce, e i soldi vanno in una luce migliore sul pezzo che la gente doveva guardare fin dall’inizio.
Un’installazione interattiva riuscita fa guardare meglio l’oggetto che le sta accanto. Se la gente ricorda solo lo schermo, ha lavorato per sé.